Alla salute

scritto da Faberio Fabrizi
Scritto Ieri • Pubblicato 10 ore fa • Revisionato 9 ore fa
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Testo: Alla salute
di Faberio Fabrizi

Ogni sera, finito il turno in fabbrica, il nostro eroe percorreva la tangenziale a bordo del suo rottame a quattro ruote. Era una strada molto trafficata, un lungo serpente dalle spire d’antracite disteso tra campi di frumento dall’aspetto desolante e capannoni industriali dai colori spenti che bene si abbinano al cielo chimico in cui volano più aerei che uccelli.
Se ne stava così: le piccole mani callose chiuse attorno al cerchio orario delle nove e un quarto del volante, la Camel dalla punta iridescente messa di sbieco alla Humprey Bogart ne Il grande sonno e la radio sintonizzata sulla ottuagenaria Radiofreccia.
-Che palle, pensò il nostro eroe e ciò è il massimo che gli esce dalla testa dopo una giornata chiuso in quell’anticamera dell’inferno che da diciotto anni gli permetteva addirittura di pagare l’affitto, le bollette e il gasolio.
Il più delle volte non ha nemmeno un pensiero, quindi consideriamolo un traguardo importante.
Sta per diventare maggiorenne per la seconda volta in quel posto, la Steelmax Srl, e tutto gli pare così sbagliato da essere in fondo giusto.
Forse suo padre aveva ragione quando a sei anni lo rimbambiva di parole sul non finire a fare il barbone in fabbrica come lui, perchè  se ci finisci è molto probabile che ci crepi e neanche te ne rendi conto.
-Mi sa che avevi ragione tu, pensa cupamente mentre si fa superare da una Mercedes scintillante come la lama di una katana.
Diciott’anni che mi muovo in quella scatola senza finestre, senza aria, senza neanche una mosca da poter osservare per distrarmi un poco. Diciott’anni che arrivo nello spogliatoio, lascio il giubbotto e le scarpe da ginnastica per rimpiazzarle con un paio antinfortunistiche che mi fanno sembrare un clown irascibile. Dio, come si finisce in basso senza neanche rendersene conto.
E poi quel pensiero, quella sensazione che potrebbe anche andare peggio, che c’è chi sta peggio. Ah beh ma allora cosa sto qua ancora a pensare? Se c’è a chi manca il cibo o ha perso tutta la famiglia sotto un bombardamento aereo allora di che mi lamento? Sono un ingrato del cazzo forse, e allora ok, me ne faccio una ragione per davvero questa volta e domattina, quando tornerò dentro quella scatola bacerò il pavimento ricoperto dalla resina poliuretanica fino a farmi schizzare fuori dal corpo tutte le ernie che custodisco come un tesoro!
Prenderò tra le braccia il caporeparto, e poi il responsabile, e poi il vicecapo, e poi anche il capo e infine il fondatore e li bacerò dalla testa ai piedi per dimostrargli quanto per me loro siano importanti. Quanto siano la mia famiglia fuori dalle mura domestiche, ossì!
In un lampo lo sguardo gli si annebbia e tutto va in dissolvenza. Il nostro eroe spegne la radio e dice: cazzo, non ne posso più.
Poi pensa che poco più avanti, dopo la pompa di benzina dai prezzi distopici, dovrebbe esserci ancora lei, ancora lì rinchiusa nella plastica.
E allora rallenta un po’, scala fino alla quarta e poi alla terza e infine la seconda e prima.
Mette la freccia e accosta mentre la strada continua ad esser percorsa da uno sciame infinito di auto noncuranti come sempre di niente e di nessuno. 
La Camel è una torcia ormai spenta e col mozzicone puzzolente nutre quell'insaziabile asfalto ruvido.
La vede, è ancora lì.
-Eccoti qui, per festeggiare la mia seconda maturità sei perfetta.
L’uomo tira su dall’asfalto una bottiglia di Coca-cola( marchio registrato) dall’etichetta ormai sbiadita ma perfettamente riconoscibile grazie al fenomenale lavoro di marketing, ed è piena quasi fino all’orlo di succo di camionista. Un succo amaro, dai riflessi ambrati come di mango troppo maturo misto a sabbia desertica. E' bellissima e il nostro eroe non può più resistere, ha una sete implacabile.
A questo punto svita il tappo con cura, guarda il traffico passargli accanto e da il via ai festeggiamenti.
Alla salute, cento di questi giorni.

Alla salute testo di Faberio Fabrizi
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